Witold Gombrowicz

19Apr11

Pazienti pescatori del verbo

«Esta traducción fue efectuada por mí y sólo de lejos se parece al texto original. El lenguaje de Ferdydurke ofrece dificultades muy grandes para el traductor. Yo no domino bastante el castellano. Ni siquiera existe un vocabulario castellano-polaco. En estas condiciones la tarea resultó, tan ardua, como, digamos, oscura y fue llevada a cabo a ciegas –sólo gracias a la noble y eficaz ayuda de varios hijos de este continente, conmovidos por la parálisis idiomática de un pobre extranjero.
La realización de la obra se debe ante todo a la iniciativa y el apoyo de Cecilia Benedit de Debenedetti, a la cual deseo expresar mi mayor agradecimiento.
Bajo la presidencia de Virgilio Piñera, distinguido representante de las letras de la lejana Cuba, de visita en este país, se formó el comité de traducción compuesto por el poeta y pintor Luis Centurión, el escritor Adolfo de Obieta, director de la revista literaria “Papeles de Buenos Aires” y Humberto Rodríguez Tomeu, otro hijo intelectual de la lejana Cuba. Delante de todos esos caballeros y gauchos me inclino profundamente. Pero, además, colaboraron en la traducción con todo empeño y sacrificio tantos representantes de diversos países y de diversas provincias, ciudades y barrios, que de pensar en ello no puedo defenderme contra un adarme de legitimo orgullo. Colaboraron: Jorge Calvetti, Manuel Claps, Carlos Coldaroli, Adán Hoszowski, Gustavo Kotkowski y Pablo Manen (pacientes pescadores del verbo), Mauricio Ossorio, Eduardo Paciorkowski, Ernesto J. Plunkett y Luis Rocha (aquí se juntan Brasil, Polonia, Inglaterra y la Argentina), Alejandro Russouich, Carlos Sandelin, Juan Seddon (obstinados buscadores del giro adecuado), José Taurel, Luis Tello y José Patricio Villafuerte (eficaces e intuitivos). Debo también eterno agradecimiento a un simpatiquísimo señor, ya de edad, y muy aficionado al billar, que en un momento de feliz inspiración me procuró la palabra “remover” de la cual me había olvidado por completo. Tengo que agradecer –¡por Dios!– a todos esos nobles doctores en la “gauchada”, y a los criollos les digo sólo eso: ¡viva la patria que tiene tales hijos! Si a pesar de un número tan serio de colaboradores el texto castellano tuviese alguna falla proveniente, no de las insuperables dificultades de la traducción, sino del descuido, esto se debería, creo, al exceso de amenas discusiones que caracterizaba las sesiones, realizadas casi todas en la sala de ajedrez de la confitería Rex bajo la enigmática y bondadosa sonrisa del director de la sala, maestro Paulino Frydman.
¡Me alegro que Ferdydurke haya nacido en castellano de tal modo, y no en los tristes talleres del comercio libresco!»

“Prefacio para la edición castellana”, Ferdydurke, Argos, Buenos Aires, 1946.

˜

«Questa traduzione è stata fatta da me e solo lontanamente assomiglia al testo originale. Il linguaggio di Ferdydurke oppone difficoltà enormi al traduttore. Io non domino a sufficienza il castigliano. E non esiste un vocabolario polacco-spagnolo. In queste condizioni l’impresa si presentava tanto arduo quanto, diremmo, oscuro, e fu compiuta alla cieca – solo grazie al nobile ed efficace aiuto di svariati figli di questo continente, commossi dalla paralisi linguistica di un povero straniero.
La realizzazione di quest’opera si deve innanzitutto all’iniziativa e all’appoggio di Cecilia Benedit de Debenedetti, alla quale desidero esprimere il mio più grande ringraziamento.
Sotto la presidenza di Virgilio Piñera, esimio rappresentante delle lettere della lontana Cuba, in visita in questo paese, si formò il comitato di traduzione composto dal poeta e pittore Luis Centurión, dallo scrittore Adolfo de Obieta, direttore della rivista “Papeles de Buenos Aires” e da Humberto Rodríguez Tomeu, altro figlio intellettuale della lontana Cuba. Dinanzi a tutti questi cavalieri e gauchos mi inchino profondamente. Ma accanto a loro collaborarono alla traduzione con il massimo impegno e sacrificio tanti rappresentanti di diversi paesi e diverse province, città e rioni, tanto che al solo pensiero non riesco a non sentirmi trafitto da una punta di legittimo orgoglio. Hanno collaborato: Jorge Calvetti, Manuel Claps, Carlos Coldaroli, Adán Hoszowski, Gustavo Kotkowski e Pablo Manen (pazienti pescatori del verbo), Mauricio Ossorio, Eduardo Paciorkowski, Ernesto J. Plunkett e Luis Rocha (qui si uniscono Brasile, Polonia, Inghilterra e Argentina), Alejandro Russouich, Carlos Sandelin, Juan Seddon (ostinati cercatori dell’espressione più adatta), José Taurel, Luis Tello e José Patricio Villafuerte (efficaci e intuitivi). Devo inoltre eterna gratitudine a un simpaticissimo signore, già di una certa età, grande appassionato di biliardo, che in un momento di felice ispirazione mi procurò la parola “rimestare” della quale mi ero completamente dimenticato. Devo ringraziare – per Dio! – tutti quei nobili dottori in aiuto disenteressato, che qui chiamano “gauchada”, e ai criollos dico soltanto questo: viva la patria che tali figli ha dato! Se poi, malgrado un numero così imponente di collaboratori, il testo castigliano mostrasse qualche errore derivante, non dalle insuperabili difficoltà della traduzione, ma da mancanza di cura, ciò si deve, io credo, all’eccesso di amene discussioni che caratterizzava le sedute, tenutesi quasi tutte nella sala degli scacchi del caffè Rex sotto l’enigmatico e benevolo sorriso del direttore di sala, maestro Paulino Frydman.
Sono lieto che Ferdydurke sia nato al castigliano in questo modo, e non nei tristi laboratori del commercio libresco!».

Traduzione mia.


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