Jorge Luis Borges

13Giu13

tranvia buenos aires

Dante in tram

Tutto cominciò poco prima della dittatura. Lavoravo in una biblioteca di Almagro. Abitavo in Avenida las Heras, angolo Pueyrredón, dovevo percorrere su lenti tram solitari il lungo tratto da quel quartiere del Nord fino ad Almagro Sud, per raggiungere una biblioteca sita in Avenida La Plata all’altezza di Carlos Calvo. Il caso (a meno che non esista, il caso, a meno che quello che noi chiamiamo caso non sia che la nostra ignoranza circa il complesso meccanismo delle probabilità) mi fece trovare tre piccoli volumi alla Librería Mitchell, oggi scomparsa, che mi fa tornare alla mente tanti ricordi. Quei volumetti (avrei dovuto portarne uno qui con me come talismano) erano le tre cantiche dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso tradotte in inglese da Carlyle, non Thomas Carlyle, del quale parlerò dopo. Erano libri molto comodi, dell’editore Dent. Mi entravano in tasca. Su una pagina c’era il testo italiano e sull’altra il testo in inglese, in traduzione letterale. Immaginai questo modus operandi: prima leggevo un versetto, una terzina, in prosa inglese; poi leggevo lo stesso versetto, la stessa terzina, in italiano; continuavo così fino alla fine del canto. Poi leggevo tutto il canto in inglese e poi in italiano. In quella prima lettura capii che le traduzioni non possono essere un succedaneo del testo originale. La traduzione può essere, semmai, un mezzo e uno stimolo per avvicinare il lettore all’originale; soprattutto nel caso dello spagnolo. Credo che Cervantes, da qualche parte nel Don Chisciotte, dica che con due grammi di lingua toscana uno può capire l’Ariosto.
Ebbene; quei due grammi di lingua toscana mi erano forniti dalla somiglianza fraterna tra l’italiano e lo spagnolo. Già allora osservai che i versi, soprattutto i grandi versi di Dante, sono molto più di quel che significano. Il verso è, tra le tante altre cose, un’intonazione, un’accentuazione il più delle volte intraducibile. Questo lo osservai fin dal principio. Quando arrivai al culmine del Paradiso, quando arrivai al Paradiso deserto, proprio lì, nel momento in cui Dante, abbandonato da Virgilio, si ritrova solo e lo chiama, in quel momento sentii che riuscivo a leggere direttamente il testo italiano e dare un’occhiata al testo inglese solo di tanto in tanto. Lessi così tutti e tre i volumi in quei lenti viaggi in tram. Poi ne lessi altre edizioni.

[Traduzione mia]

Todo empezó poco antes de la dictadura. Yo estaba empleado en una biblioteca del barrio de Almagro. Vivía en Las Heras y Pueyrredón, tenía que recorrer en lentos y solitarios tranvías el largo trecho que desde ese barrio del Norte va hasta Almagro Sur, a una biblioteca situada en la Avenida La Plata y Carlos Calvo. El azar (salvo que no hay azar, salvo que lo que llamamos azar es nuestra ignorancia de la compleja maquinaria de la causalidad) me hizo encontrar tres pequeños volúmenes en la Librería Mitchell, hoy desaparecida, que me trae tantos recuerdos. Esos tres volúmenes (yo debería haber traído uno como talismán, ahora) eran los tomos del Infierno, del Purgatorio y del Paraíso, vertidos al inglés por Carlyle, no por Thomas Carlyle, del que hablaré luego. Eran libros muy cómodos, editados por Dent. Cabían en mi bolsillo. En una página estaba el texto italiano y en la otra el texto en inglés, vertido literalmente. Imaginé este modus operandi: leía primero un versículo, un terceto, en prosa inglesa; luego leía el mismo versículo, el mismo terceto, en italiano; iba siguiendo así hasta llegar al fin del canto. Luego leía todo el canto en inglés y luego en italiano. En esa primera lectura comprendí que las traducciones no pueden ser un sucedáneo del texto original. La traducción puede ser, en todo caso, un medio y un estímulo para acercar al lector al original; sobre todo, en el caso del español. Creo que Cervantes, en alguna parte del Quijote, dice que con dos ochavos de lengua toscana uno puede entender a Ariosto.
Pues bien; esos dos ochavos de lengua toscana me fueron dados por la semejanza fraterna del italiano y el español. Ya entonces observé que los versos, sobre todo los grandes versos de Dante, son mucho más de lo que significan. El verso es, entre tantas otras cosas, una entonación, una acentuación muchas veces intraducibie. Eso lo observé desde el principio. Cuando llegué a la cumbre del Paraíso, cuando llegué al Paraíso desierto, ahí, en aquel momento en que Dante está abandonado por Virgilio y se encuentra solo y lo llama, en aquel momento sentí que podía leer directamente el texto italiano y sólo mirar de vez en cuando el texto inglés. Leí así los tres volúmenes en esos lentos viajes de tranvía. Después leí otras ediciones.

Jorge Luis Borges, <La Divina Comedia> (conferenza tenuta al Teatro Coliseo di Buenos Aires il 1° giugno 1977), in Siete noches, Fondo de Cultura Económica, Buenos Aires, 1980.


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