Damián Tabarovsky

21Set13

Immagine

Traduzioni di Spagna e traduzioni d’America

Invece dei punti d’incontro — che naturalmente ci sono — mi interessa mettere in rilievo le contraddizioni. Credo nella produttività del conflitto. La questione della lingua, è uno di questi punti. Prendiamo un caso, quello delle traduzioni. Ho sempre apprezzato la traduzione di Vila-Matas di Copi e quella di Javier Marías di Auden o di Ashbery, tuttora non superata (e posso dirlo perché ho letto almeno altre tre traduzioni di Autoritratto in uno specchio convesso). Ma le considero eccezioni. In genere le traduzioni realizzate in Spagna sono pessime, credo perfino per gli spagnoli. E per noi sono quasi illeggibili (a volte non sembrano neppure fatte per il mercato spagnolo, ma solo per i lettori di un qualche caffè dell’Avenida Diagonal a Bercellona…). Malgrado tutto non c’è la volontà di rivolgersi a certi mercati, come si dice nel marketing, ossia ai mercati latinoamericani. Non sarebbe troppo oneroso, non dico mettere in cantiere due traduzioni (una per la Spagna, un’altra per il resto della lingua), ma almeno farne uscire una per l’America Latina che sempicemente attenui l’effetto iper-localistico del castigliano usato nella “metropoli”. Perché non lo si fa? Non per ragioni economiche, quanto piuttosto, oserei dire, per una presa di posizione ideologica da parte dell’industria editoriale spagnola, ma anche dello Stato (all’Instituto Cervantes), e che consiste nel pensare che la lingua è una sola per tutta l’Iberoamerica (buffo che l’unico posto in cui si parla di “Iberoamerica” sia la Spagna) e che, naturalmente, questa lingua unica è quella di Spagna. Io ho ben chiara questa situazione (che, in senso opposto, rende difficile l’ingresso in Spagna di traduzioni fatte in America Latina), ma la domanda che mi pongo è come confrontarmi con questa posizione dominante senza cadere nella difesa di una specie di nazionalismo, o di un qualche tipo di essenzialismo. Mi riferisco alle traduzioni, non alla mia scrittura personale, nella quale ovviamente uso il “vos”, etc. in modo naturale. Ma come editore è una domanda che non smetto mai di pormi: una traduzione molto “argentina” ostacola immediatamente l’accesso al mercato spagnolo, ma se si va verso il “neutro” quel che si ottiene è irrimediabilmente una cattiva traduzione. Voglio dire: si può pensare alla lingua tutta intera, ma vista da qui?

Intercambio: Echevarría vs. Tabarovsky, «Traviesa», mayo-junio 2013. [Traduzione mia]

Damián Tabarovsky è uno scrittore, critico ed editore argentino indipendente. Attualmente dirige Mardulce editora. Qui è in dialogo con Ignacio Echevarría, critico spagnolo “militante”, molto attento alla narrativa latinoamericana. Traviesa è una rivista digitale argentina che «esplora i luoghi affettivi e geografici, fisici e mentali, a partire dai quali si scrive la letteratura in spagnolo».

 ˜

Antes que los puntos de encuentro –que por supuesto los hay– me interesa agudizar las contradicciones. Creo en la productividad del conflicto. La discusión por la lengua, es uno de esos puntos. Tomemos un caso, el de las traducciones. Siempre valoré la traducción de Vila-Matas de Copi y la de Javier Marías de Auden o Ashbery, todavía no superada (siendo que leí al menos otras tres traducciones de Autorretrato en un espejo convexo). Pero las considero excepciones. Por lo general las traducciones realizadas en España son muy malas, creo que incluso hasta para los españoles. Y para nosotros son, casi, ilegibles (a veces parecen ya no hechas para el mercado español, sino solo para los lectores de algún café de la Avenida Diagonal en Barcelona…). Sin embargo, no hay ninguna intención de atender a esos mercados, como se dice en marketing, es decir a los mercados latinoamericanos. No sería demasiado oneroso, no digo ya encarar dos traducciones (una para España, otra para el resto de la lengua) sino al menos presentar una, para América Latina, que simplemente atenúe el efecto híper local del castellano utilizado en la metrópoli. ¿Por qué no se hace? No es por una cuestión de dinero, sino, me atrevería a decir, por una posición ideológica que incumbe a la industria editorial española, pero también al estado (el Instituto Cervantes) y que consiste en pensar que la lengua es una para toda Iberoamérica (es gracioso, en el único lugar en que se habla de “Iberoamérica” es en España) y que, por supuesto, esa lengua única es la de España. Yo tengo muy en claro esa situación (que, en camino opuesto, dificulta también la entrada en España de traducciones realizadas en América Latina) pero la pregunta que me hago es cómo discutir con esa posición dominante, sin caer en la defensa de una especie de nacionalismo, de localismo de la lengua, de regionalismo del idioma, o de cualquier tipo de esencialismo. Me refiero a las traducciones, no a mi propia escritura, donde naturalmente escribo de “vos”, etc. de manera natural. Pero como editor, es una pregunta que no dejo de hacerme: si la traducción es muy “argentina” en el acto dificulta la llegada al mercado Español, pero si se va hacia lo “neutro” se vuelve irremediablemente una mala traducción. Quiero decir: ¿se pude pensar en toda la lengua, pero desde acá?



No Responses Yet to “Damián Tabarovsky”

  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: